CUN GRANO DURO
L’ennesima occasione persa tra aspettative e false illusioni
Il 30 marzo 2026 rappresenta una data storica per il comparto cerealicolo italiano: è stato pubblicato ufficialmente il primo listino elaborato dalla Commissione Unica Nazionale (CUN) del grano duro. Un passaggio atteso da tempo, preceduto da una lunga fase sperimentale e accompagnato da aspettative elevate da parte di tutta la filiera. A conti fatti, però, e forse non poteva essere diversamente, molte di quelle aspettative sono state progressivamente disattese, ancor prima che la Commissione iniziasse concretamente la propria attività. Esiste infatti un disallineamento di fondo tra le finalità reali per cui la CUN è stata istituita e le speranze che molti operatori, soprattutto e comprensibilmente agricoltori, avevano riposto in questo strumento.
La Commissione nasce con l'obiettivo di formulare, nella maniera più trasparente e lineare possibile, un prezzo settimanale di riferimento del grano duro, individuandone anche le tendenze di mercato nei quattro principali macro-areali nazionali: Nord, Centro, Sud e Isole. In questa configurazione, la CUN opera sostanzialmente come una qualsiasi borsa merci, luogo di incontro tra domanda e offerta nel quale viene definito un prezzo di compravendita del prodotto. È quindi legittimo chiedersi quale sia il reale valore aggiunto di questo strumento, considerando che già prima esistevano commissioni prezzi e borse merci incaricate di svolgere analoghe rilevazioni, presumibilmente in un contesto anch’esso caratterizzato da trasparenza e libero mercato.
Le aspettative degli agricoltori, tuttavia, erano ben altre.
Per mesi si è parlato di prezzo equo, di remunerazione adeguata del lavoro agricolo e di riconoscimento dei costi di produzione sostenuti dalle aziende agricole. In molti si sono convinti che la CUN potesse rappresentare la risposta ad un problema ormai strutturale ed atavico: il divario crescente tra i bassi prezzi riconosciuti al grano duro e l'aumento costante dei costi dei mezzi tecnici necessari per produrlo. Purtroppo però non è così, né potrà mai esserlo. La CUN, infatti, può monitorare il mercato e fotografarne l'andamento con maggiore trasparenza, ma non può imporre prezzi né correggere gli squilibri economici che caratterizzano il settore. Non può intervenire sulle dinamiche della domanda e dell'offerta, né garantire, da sola, una remunerazione sufficiente agli agricoltori. È proprio per questo che la CUN rischia di essere uno strumento nato sotto una cattiva stella: interpretato in modo improprio, caricato di aspettative che non avrebbe mai potuto soddisfare e, di conseguenza, destinato a generare inevitabili delusioni. Un progetto che, per certi aspetti, appare affetto da un vero e proprio vitium originis, un vizio d'origine, che ne ha compromesso la corretta percezione fin dalla nascita.
Le incomprensioni di tanti sono quindi, scusate il gioco di parole, più che comprensibili e persino giustificate, perché la CUN, così concepita, non affronta né risolve i problemi strutturali che da anni affliggono il comparto cerealicolo. Oggi siamo alle porte della campagna di raccolta 2026 e tutto lascia presagire l'avvio di una nuova campagna di commercializzazione caratterizzata da prezzi destinati a collocarsi al di sotto dei costi di produzione. I fondamentali di mercato non sembrano offrire segnali incoraggianti ed il rischio concreto è quello di assistere all'ennesima annata in cui i cerealicoltori non riusciranno a coprire le spese sostenute per coltivare un ettaro di grano duro. Una situazione che, del resto, si è già verificata almeno nelle ultime due campagne.
Ad onore del vero, è intellettualmente onesto sottolineare che, in tutto ciò, non significa che la CUN sia uno strumento inutile e non è tutto da buttar via. Qualunque iniziativa finalizzata ad aumentare la trasparenza e la credibilità del mercato merita attenzione e collaborazione. Tuttavia, è evidente che la Commissione dovrà essere migliorata sotto diversi aspetti per evitare di trasformarsi in un organismo autoreferenziale, calato dall'alto e poco aderente alla realtà produttiva nazionale. Un primo elemento sul quale sarà necessario intervenire riguarda la classificazione merceologica del prodotto. Delle quattro categorie individuate dalla CUN, ben tre sono dedicate a grani proteici o ad alto contenuto proteico, una scelta che appare scarsamente rappresentativa della reale produzione nazionale. Forse con eccessiva fretta sono state eliminate categorie storicamente rilevanti come il Buono Mercantile ed il Mercantile, che continuano a rappresentare una quota significativa del grano prodotto in Italia. Il grano con contenuto proteico inferiore al 13% non può essere considerato una categoria omogenea. Generalizzare significherebbe ignorare differenze qualitative importanti e perdere potere contrattuale nei confronti dell'industria di trasformazione. Paradossalmente, l'attuale impostazione potrebbe finire per far valorizzare di più il grano estero, generalmente caratterizzato da elevati tenori proteici, penalizzando invece una parte consistente della produzione nazionale. Un risultato che andrebbe nella direzione opposta rispetto agli obiettivi prefissati. Inoltre, non da meno, qualora le classi non rispecchiassero la reale qualità del grano nazionale, si incentiverebbe la nascita di forme di contrattualizzazione locale e privata, col rischio di ulteriore frammentazione delle granarie. Un secondo punto meritevole di analisi, è quello relativo ai soggetti e relative rappresentanze facenti parte della Commissione: è innegabile che, così composta, siano escluse intere categorie fondamentali e con voce in capitolo nella filiera del grano duro, una su tutte, quella degli stoccatori, di cui la cooperativa Terre dell’Etruria fa parte.
Guardando oltre la CUN, è però necessario affrontare con serietà le criticità del comparto cerealicolo nel suo complesso. Il nostro obiettivo deve e dovrà essere sempre quello di tutelare il lavoro dei cerealicoltori, accompagnandoli nella ricerca di soluzioni concrete capaci di ridurre i costi di produzione ed aumentare il valore delle produzioni. L'unica strada realmente percorribile è quella della filiera: costruire percorsi condivisi, accordi stabili e modelli organizzativi in grado di generare valore aggiunto e distribuirlo equamente tra tutti gli anelli della catena produttiva, a partire dagli agricoltori. È vero che il mondo agricolo ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di resilienza. È vero che gli agricoltori continuano a resistere e ad adattarsi a condizioni sempre più difficili. Ma è altrettanto vero che questa resilienza non può essere considerata inesauribile.
Se vogliamo salvaguardare un patrimonio agricolo, economico e culturale che rappresenta una componente identitaria dei nostri territori, è necessario intervenire con decisione e visione strategica. Non bastano nuovi strumenti di rilevazione dei prezzi: servono politiche, investimenti e modelli di filiera capaci di restituire dignità economica al lavoro agricolo e prospettive concrete al settore cerealicolo italiano.


