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La cooperativa informa

Terre dell’Etruria: le parole di Massimo Carlotti, confermato presidente del Consiglio di amministrazione


 

Terre dell’Etruria: le parole di Massimo Carlotti, confermato presidente del Consiglio di amministrazione
di Massimo Carlotti, Presidente di Terre dell’Etruria


Cari soci, colleghe e colleghi, gentili clienti, a più di due anni dalla comparsa del virus Sars-Cov-2 ci troviamo a fare un bilancio del nostro operato e delle prospettive future.  

Come cooperativa siamo riusciti a mantenere la rotta, pur con tutti i rallentamenti e le problematiche del caso. Lo abbiamo fatto grazie alla continua vicinanza di soci e clienti che si sono approvvigionati ed hanno conferito in cooperativa ed il costante impegno di tutti i lavoratori. Siamo coscienti che tutto questo è già storia e che presente e futuro saranno cosa ben diversa. I numeri che mensilmente analizziamo, purtroppo, ci stanno dicendo questo, speravamo di limitarci alla gestione della variante Omicron ed invece dobbiamo mettere in conto anche gli effetti del conflitto armato Russo-Ucraino.

Nel nostro modo di pensare siamo sempre stati convinti che il contesto sociopolitico, pur con i limiti e le difficoltà ripetutamente palesate, fosse sufficiente a garantire a noi ed alle generazioni future un “bolla di tranquillità” ed invece ci siamo svegliati all’improvviso con l’urgenza di dover gestire le conseguenze di un mondo che si è mostrato in tutte le sue contraddizioni, presentando un conto salatissimo alle imprese, alle famiglie, alla società. Lo stato sta elargendo aiuti economici in un sistema che non era e non è in grado di gestire questi cambiamenti e queste risorse in maniera efficiente; è mancata una seria analisi dei bisogni e dell’importanza delle priorità, tutti hanno chiesto e, per fortuna, tutti più o meno hanno avuto. Senza dubbio lo sforzo economico è stato per molti essenziale ed ha permesso di salvare tante situazioni; non ha però risolto le criticità e le debolezze di un sistema paese che, ancora oggi, presenta emergenze sempre più preoccupanti.

L’economia, che veniva data in leggera ma costante ripresa, non ha retto l’onda d’urto, accelerando le anomalie sistemiche che lentamente stavano cercando soluzioni di riposizionamento.  La convinzione di poter prevedere e gestire comunque qualsiasi incertezza, qualsiasi spazio lasciato al caso, ha fatto il resto. Ha prevalso il concetto del “caos”. La nostra società “trabocca” di cose lasciate al caso, alla libera interpretazione e gestione, tanto più in un mondo globalizzato come il nostro, tutto questo sta generando effetti di grandi proporzioni. Merci, prima irreperibili, oggi enormemente appesantite dall’aumento indiscriminato e spesso ingiustificato dei prezzi, blocchi, troppo spesso pilotati, nella catena della logistica sia terrestre che marittima, con punte di aumenti tariffari ben oltre il 60%, inflazione reale  ben oltre il 9%, il valore più elevato dall’avvio dell’unione monetaria, lievitazione costante dei costi energetici; una difficoltà a reperire manodopera, influenzata da politiche sociali inadeguate ed inappropriate, modalità salariali che continuano a non proteggere il potere di acquisto delle famiglie, associate a politiche fiscali che penalizzano sia le imprese che i lavoratori, parti sociali che troppo spesso si presentano al confronto con retaggi di pensiero disutili  ad un nuovo modello di concertazione.

Pensando di scattare una istantanea in questo momento l’unica cosa certa che possiamo dedurre è che il mondo non è più lo stesso. Stiamo già vivendo uno spazio diverso e questo sta già creando incertezza per il futuro, paura, nervosismo, preoccupazione. Cosa ci aspetta dopo la guerra e quali siano gli scenari possibili continua ad essere un rebus: detto ciò dobbiamo comunque provare a trovare spiragli di ottimismo arrivando a pensare che forse il cambiamento in sé non è per forza un male, anche quando porta ad un periodo di instabilità. Il nostro modo di reagire al cambiamento farà la differenza tra soccombere e sopravvivere. Resta il fatto che nei prossimi mesi/anni, avremo a che fare con delle criticità importanti: collaborazioni e scambi commerciali non potranno più essere gli stessi, dovremo affrancarci dalla dipendenza di alcune fonti energetiche, creare nuove alleanze e gestire nuovi equilibri geopolitici. Andrà capito se questa globalizzazione estrema continuerà a fare da padrona e se e come sarà sostenibile per i paesi occidentali di fronte a economie come quella cinese. Se come qualcuno teorizza, la fine della globalizzazione è vicina, mi domando cosa comporterà e come cambieranno gli scambi commerciali ed ancora a cosa tutti noi saremo pronti a rinunciare. In questo quadro una variabile non trascurabile sarà quanto l’Europa saprà e vorrà riposizionarsi come frontiera di un nuovo ordine, dalla gestione dei flussi migratori, alla difesa militare, alle misure contro il rischio stagflazione. Mi domando ancora quanto questa tempesta perfetta sarà alimentata dagli squilibri finanziari, dalla perdita di peso delle banche centrali, dalle nuove spinte per le valute digitali, ancora prive di una certezza giuridica, non solo come copertura ma anche come forma di garanzia. Siamo pronti come cooperative e come sistema agricolo ad affrontare questa sfida? Chi di noi gestisce scambi commerciali in cripto valute, e chi sta pensando di vendere nel Metaverso. Tutto questo ci spingerà a prendere delle decisioni epocali. Argomenti, concetti e previsioni che non dovremo trascurare nei nostri piani strategici futuri.

Se in Italia la crescita, sostenuta dai consumi delle famiglie, segnava una leggera ma costante ripresa nel 4 trimestre 2021, il rialzo dei contagi ed il conseguente peggioramento del clima di fiducia ha penalizzato fortemente consumi di beni e servizi e una decelerazione importante degli investimenti. Le previsioni pre-conflitto, l’abbiamo già detto, oggi, purtroppo, non hanno più valore e sono difficilmente riadattabili ad uno scenario post-bellico. Stiamo puntando sulle risorse del PNRR e sulle altre possibilità di aiuto alla spesa scordandoci che non tutto è regalato, che qualcuno, fra qualche anno, questi regali dovrà restituirli e che per prendere un po’ di euro gratis è essenziale possedere una capacità di indebitamento reale, perché generalmente il contributo a fondo perduto copre mediamente fino al 40% della spesa sostenuta. Il rischio concreto è che ci sia un effetto trascinamento a spendere che potrebbe creare nel breve periodo il rilascio di dati positivi ma accentuare nel medio periodo un appesantimento dei conti economici. In questa fase, su questi aspetti, mi trovate molto preoccupato, anche per la cooperativa, che ha scelto, giustamente, di rallentare gli investimenti. Quindi al di là del dettagliato piano finanziario, della proiezione positiva di ritorno dell’investimento,  dei flussi di cassa, di tutto quello che serve e che abbiamo fatto, direi bene, cresce quel senso di preoccupazione che contribuisce a aumentare “la paura di andare avanti”  perché  sappiamo che esiste un serio rischio di disimpegno parziale dei nostri agricoltori, quindi meno acquisti di mezzi tecnici e meno conferimento, e abbiamo già dati certi che ci raccontano, al pari di altri settori, perdite di presenza e consistente flessione nelle quantità dei prodotti venduti. In questo contesto scegliere di assumersi nuove responsabilità diventa sempre più complicato, ma se da una parte la cautela è d’obbligo dall’altra dobbiamo mantenere alta la capacità della cooperativa a dare risposte ai soci, nel miglior modo e nel più breve tempo possibile, e questo non può prescindere dalla valorizzazione delle risorse umane e dalla loro professionalità e dalla ricerca di nuove opportunità e nuovi servizi per i soci non al minore ma al migliore costo possibile.

Una cooperativa come la nostra non può fermarsi, i costi restano e vanno spesati, per cui siamo costretti a correre e rincorrere. Il nostro personale, i nostri lavoratori, dal primo magazziniere al più alto responsabile, sono, assieme ai soci, la chiave del nostro successo, fatto anche di visoni diverse, di scelte sofferte; ma se siamo qui a rappresentarvi dal 2015 ad oggi bilanci in crescita,  numero di soci e lavoratori in aumento, ammodernamenti e nuove aperture di unità locali e centri di trasformazione, significa che al di la di tutti i fattori di disturbo, interni ed esterni, abbiamo lavorato tutti per un obiettivo, sacrificando qualche aspettativa personale ma sapendo che oggi, non ha prezzo avere un lavoro, uno stipendio regolare, una cooperativa che investe sul futuro. Abbiamo però la necessità di rivedere alcune correlazioni nell’organigramma basandosi su responsabilità, carico di lavoro e capacità individuali, sapendo che la differenza tra la busta paga più bassa e quella più alta non dovrà essere un fattore di scontro ma neppure una limitazione ad intercettare le migliori competenze.

I dati di bilancio, i confronti e le analisi all’interno del CdA, gli approfondimenti durante le assemblee separate, l’ottima presentazione dei risultati aggregati, preparata e presentata dai miei colleghi, fanno vedere una cooperativa dinamica con un bilancio interessante, risultato di dodici mesi complicati nei quali comunque la cooperativa ha continuato nel perseguimento degli obiettivi fissati dal piano strategico portando a casa quattro fusioni.  Non posso che essere particolarmente contento di questi risultati e di una Terre dell’Etruria sempre più protagonista nel panorama agricolo toscano.

Un capitolo a parte va riservato ai rapporti tra le cooperative che stiamo cercando di consolidare, tra mille difficoltà, costruendo sinergie a più livelli, dalle reti alle partnership contrattuali, condivisioni economiche e strategiche che segneranno il nostro futuro. Fare o non fare certi accordi significherà aprire altri fronti di scontro commerciale e spesare altri investimenti in strutture e reti di vendita, impegni che assorbiranno risorse e tempo che, al contrario, dovrebbero essere utilizzate per aumentare la credibilità e le performance della cooperativa. So bene che sono percorsi difficili da digerire, che spesso vengono subiti come “la fame del grande che si mangia il piccolo”, ma quale futuro a breve avrà il piccolo? E quali prospettive di mantenere le attuali performance avrà il grande se non aumenta la propria area di influenza territoriale e la quantità di prodotto conferito? In questi tempi difficili siamo chiamati a scegliere e dobbiamo farlo scegliendo non il male minore ma l’opportunità migliore. L’esperienza che abbiamo rilanciato e stiamo portando avanti con Cooperative Montalbano Olio & Vino è un esempio di lungimiranza e coraggio cooperativo con alla base un accordo solido, economicamente equilibrato per entrambi i soggetti, con prospettive reali di poter concretizzare un “matrimonio senza separazione dei beni”. C’è fiducia, ci sono aspettative, vediamo e capiamo se ci sarà da parte di tutti, cooperative, rappresentanza politico sindacale, soci e lavoratori quel di più che serve per coronare il sogno.

C’è poi un altro pensiero che potrebbe davvero segnare una svolta importante nel panorama agricolo toscano, il rapporto con Asport, l’organizzazione di produttori ortofrutticola con la quale, fino ad alcuni anni fa, avevamo rapporti diretti. Unire le due strutture significherebbe la nascita di una cooperativa davvero importante e strategica nel panorama agricolo italiano.  Credo che i tempi siano maturi e che il coraggio debba prevalere su alte logiche. Noi siamo pronti al confronto, con convinzione e voglia di fare presto e bene. Serve coraggio, sicuramente anche un po’ di spregiudicatezza, ma credo che i nostri soci si aspettino da noi anche questo.

I soci conferitori ed utilizzatori, i veri proprietari della cooperativa, lasciando per un momento da parte i soci finanziatori, sono il vero pungolo che ci affligge quotidianamente; per loro dobbiamo lavorare e per loro dobbiamo migliorare i nostri bilanci e di conseguenza il valore dei conferimenti. Non spetta a me dare dei giudizi ma ai soci stessi. Come Presidente del Consiglio di Amministrazione, posso affermare che facciamo fatica a vederli sorridere, basti pensare ad una delle affermazioni più frequenti che riecheggia puntualmente: “si va bene, siete bravi ma la cooperativa guadagna e noi si fa fatica”, come smentire questo luogo comune!

Penso che dobbiamo sperare contro ogni speranza; lo disse Giorgio La Pira con l’intento di descrivere  l’atteggiamento di chi, anche di fronte ad una realtà disperata, continua a sperare in un possibile miglioramento; credo che miglior esempio non possa essere portato, se così non fosse dovremmo rinunciare, ogni giorno, a confrontarci con imprese diverse dalle nostre, a doversi adattare, non sempre ma spesso, ad un modello diverso dal nostro con la fatica di dover assicurare quella trasformazione del valore cooperativo in valore economico, commercializzando il prodotto conferito spesso alle condizioni imposte dal mercato. Di fronte a noi abbiamo le nostre mete, i nostri obblighi sociali, il nostro essere cooperative e cooperatori: migliorare continuamente lo scambio mutualistico, avere soci soddisfatti, consolidare il bilancio con un impegno costante a curare con sistematicità una serie di informazioni interne quali consuntivi periodici, bilanci, piani e programmi perché il giudizio esterno di affidabilità della cooperativa, da cui traggono giustificazione condizioni bancarie più o meno vantaggiose, viene fatto su questa roba, per cui ritardare la conoscenza di questi dati può spostare e di tanto gli equilibri della gestione e questo è tanto più probabile quanto più cresce l’attività. Un grazie sincero va riservato agi istituti di credito che hanno finanziato, anche con partecipazioni dirette, i nostri piani strategici ed alle finanziarie regionali e nazionali di supporto alla Cooperazione di Legacoop, che ci stanno accompagnando, oramai da molti anni, nel nostro percorso di crescita. Senza di loro non avremmo potuto in passato salvarci, senza di loro oggi non saremo quello che siamo. Sappiamo di avervi chiesto molto ma siamo pronti a chiedervi ancora di più, condividendo le parole del Direttore di Coopfond Simone Gamberini che, nell’ultimo dei quaderni della Fondazione Barberini, scrive: “da parte nostra c’è tutto l’impegno affinché questo sodalizio possa esprimersi al meglio a partire innanzitutto dai territori, dove oggi è più che mai necessario allineare la creazione di valore con la sua distribuzione”.

Siamo pronti a presentarci con nuove sfide ben sapendo che i conti devono tornare e che le nostre attività devono trovare la soddisfazione dei soci.    È un rischio che sappiamo di correre ed è per questo che cerchiamo ogni giorno di migliorare le performance della cooperativa e la sua reputazione, ma dobbiamo capire meglio quanto tutto questo sia davvero apprezzato e capito. Se il nostro ruolo deve ridursi a fare da banca, pagando prima e riscuotendo più tardi, a lavorare sempre di più con i non soci, ammassando scorte nei magazzini per soddisfare la pretesa di trovare sempre tutto, a mettere assieme filiere alla ricerca di un reddito temporale giusto, dare servizi anche al socio che conferisce poco o niente e che magari va ad acquistare parte dei mezzi tecnici da altri soggetti, anticipare risorse finanziarie a costo zero e impegnarci sui programmi delle OP senza una convinta partecipazione del socio, tutto questo sforzo non ha senso. Credo che si debba assumere nuove posizioni,  partendo dal diversificare ancora di più la liquidazione dei prodotti conferiti in base alla qualità e quantità degli stessi rispetto alla maglia poderale, all’adesione o meno alle Op della cooperativa, a maggiori sconti per chi conferisce e acquista tutto o quasi in cooperativa, a condizioni di vantaggio per chi prenota per tempo le dotazioni colturali annuali e sottoscrive gli strumenti finanziari cooperativi a garanzia degli acquisti. Dobbiamo sperimentare percorsi originali e coraggiosi e dobbiamo guardare meno a quei soci che considerano la cooperativa uno strumento e non una opportunità. Le scelte che saremo chiamati a fare in futuro, siano esse di posizionamento, di ristrutturazione o di espansione avranno sempre più bisogno di contare sul prodotto conferito, oppure non potremmo più chiamarci cooperativa. Se i soci non reputano utile la cooperativa allora dobbiamo cambiare obiettivo e trasformarci in qualcos’altro, oppure dobbiamo pensare a dividere le due attività, quella agricola da quella commerciale, sapendo che qualcuno dovrà pagare e sostenere i costi di ambedue le aziende, ma siamo di fronte ad un’altra cosa.

Per fare questo ed altro e quindi avere maggiori vantaggi i produttori devono fidarsi della loro cooperativa e dargli la possibilità di poter misurare in trasparenza il patto sociale. So che queste mie riflessioni non saranno da tutti prese nel verso giusto ma non per questo il nostro comportamento deve essere quello di non vedere e non sentire; anzi i primi scricchiolii sono gli antefatti che devono farti capire che qualcosa va fatto. In ogni caso in molti sostengono che ciò che conta sono i numeri, sono quei fatti che le persone si ricordano meglio. I numeri ci parlano di una Cooperativa in crescita anche nel 2021, nonostante la prudenza che ci ha accompagnato sulla valutazione delle operazioni di fusione e le preoccupazioni sul possibile aumento dei tassi di interesse.

In questo esercizio abbiamo spesato oltre 2.5 milioni di nuovi investimenti e quasi 600 mila euro di manutenzioni ordinarie e straordinarie. Stiamo giungendo alla scadenza del nostro Piano Strategico triennale con diverse cose ancora da fare. Il report di verifica di fine 2021 assegnava alla parte generale: 37,5% di obiettivi raggiunti, 31,82% in fase di esecuzione, 30,68% non avviati. Per le singole filiere 32,69% di obiettivi completati, 34,62% in fase di esecuzione, 32,69% non avviati.  In tutto 140 attività di cui oltre 120 ad oggi operative. Sul piano degli investimenti sono in corso di esecuzione le opere su Arena Metato e la Nuova stanza fitofarmaci a Marsiliana che, una volta completata, consentirà di iniziare la ristrutturazione anche del punto vendita adiacente. Siamo in attesa di poter cantierare i lavori delle celle frigo a Venturina e Polverosa per poi dare corso all’ammodernamento della cantina e alla ristrutturazione del punto vendita Poderone. Per quanto concerne l’area del Cristo stiamo procedendo alle valutazioni di fattibilità da parte degli enti preposti che, ad oggi, pare ci costringano a rivedere alcune progettualità che ci erano state comunicate come fattibili ma che non lo saranno. A tutto ciò si aggiungeranno gli interventi obbligatori da effettuare sui vari centri di stoccaggio a partire da quello di Colonna del Grillo, di recente acquisizione e le attività previste dal piano  OP. Pensiamo ragionevolmente che tutto ciò ci impegnerà fino a fine del 2024. Il piano finanziario per sostenere gli investimenti è già stato approvato, rivisto in base alle variazioni dei costi ed inserito nei relativi budget. Investimenti non banali che già sappiamo non essere replicabili per il futuro, essendo nostra intenzione non oltrepassare l’attuale previsione di indebitamento.

Programmi di sostenibilità nei processi e nei prodotti, importanti sinergie commerciali, nuovi strumenti software e programmi di tracciabilità e rintracciabilità sono stati realizzati a servizio dei soci e dei clienti. Continuo è stato anche il lavoro di consolidamento della struttura amministrativa, di servizio nei punti vendita e tecnico-agronomica; abbiamo aumentato i numeri dei lavoratori e dato continuità al ricambio generazionale. Dal 2017 ad oggi abbiamo trasformato 40 contratti di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato, 48 progressioni di carriera, aperti 111 nuovi rapporto di lavoro. Oggi la cooperativa conta 214 dipendenti di cui 84 a tempo indeterminato e 130 a tempo determinato, che comunque lavorano per la maggior parte dell’anno con noi. L’età media è scesa a 43 anni, migliorando di 365 giorni rispetto al 2020, con 104 presenze femminili; 100 lavoratori sono anche soci.

I numeri totali ci dicono che non abbiamo lavorato male con questa squadra; l’analisi attenta dei singoli settori, al contrario, evidenzia che ci sono spazi di miglioramento e diverse criticità da risolvere che purtroppo, nostro malgrado, non abbiamo saputo eliminare. Qui sta un pezzo del problema che ci sta condizionando. Quindi non tutto è andato come volevamo, alcune spese devono essere meglio gestite e controllate, diversi investimenti hanno richiesto una maggiore spesa anche per una sbagliata valutazione iniziale. Comunque siamo andati avanti con un valore della produzione che ha superato i 68 milioni di euro, incrementando rispetto al 2020 di oltre 8 milioni di euro, dopo i quasi 9 milioni del 2020 sul 2019.

Abbiamo gestito oltre 670 mila ql. di prodotto in conferimento con un valore totale liquidato ai soci conferitori di oltre 26,6 milioni di euro. A questi va aggiunto tutto l’indotto che fra trasporti, costi energetici, servizi di terzi e manutenzioni supera abbondantemente i 5,4 milioni di Euro e salari e stipendi per 4,9 milioni di euro. Sono numeri da non sottovalutare se confrontati con altri ambiti produttivi e inquadrati nel particolare momento economico.

Significativo anche l’utile di esercizio, quest’anno oltre i 2 milioni di Euro, con un trend sempre in crescita dal 2015 ad oggi. Mi preme sottolineare che buona parte di questo utile va ricondotto per oltre 500 mila Euro ai risultati aggregati delle 4 fusioni e per circa 560 mila Euro da plusvalenze. Comunque un risultato importante che dà il senso di come anche le aggregazioni sono state pensate e gestite in ottica di miglioramento, cosa non sempre scontata. Sulla questione dell’utile è importante fare chiarezza. Potevamo scegliere di dare dei ristorni ai soci, per vari motivi non l’abbiamo fatto: perché notoriamente paghiamo i conferimenti durante l’annata agraria dando liquidità immediata; perché gli investimenti da fare richiedono risorse proprie, non possiamo chiedere ai soci di impegnarsi con aumenti di capitale sociale anche se sarebbe la cosa giusta; perché la politica che abbiamo iniziato a perseguire e che rafforzeremo è quella di premiare il socio, valorizzando maggiormente il conferimento e scontando di più servizi e  mezzi tecnici misurando il vero scambio mutualistico. 

Sono scelte coraggiose che spesso vanno contro alcune aspettative immediate della proprietà ma a mio avviso sono importanti se vogliamo essere competitivi. Scelte che devono essere prima di tutto in capo agli amministratori che oggi ci apprestiamo a nominare in rappresentanza di tutti i soci. L’attività fatta nei territori per la scelta dei nuovi componenti delle sezioni soci e del Consiglio di Amministrazione, pur avendo interessato un largo arco temporale è riuscita ad intercettare solamente una minima parte di base sociale, potevamo e dovevamo fare meglio. In ogni caso ritengo che chi voleva partecipare sia stato messo in condizioni di farlo anche con strumenti di partecipazione innovativi. Per la prima volta, come peraltro previsto dallo Statuto, abbiamo inserito nella proposta degli amministratori due soggetti esterni con l’intento di provare a farci aiutare nella discussione con punti di vista non viziati da coinvolgimenti diretti aziendali; tutto questo potrà essere d’aiuto nella misura in cui saremo disposti ad ascoltare e voler capire.  Permettetemi ancora una volta di rappresentare un nostro grosso limite: dare continuità all’azione sociale cooperativistica e politica della cooperativa non può passare che dalla disponibilità degli attuali dirigenti a mettersi in gioco, trasferendo le proprie conoscenze e la propria storia di cooperatore ai nuovi agricoltori, favorire un vero ricambio continuo, non limitandosi a quello anagrafico o di genere ma favorendo l’inserimento anche degli ultimi soci arrivati, a me pare che siano state erette più barriere che porti di attracco.

La scommessa sul futuro per i nuovi amministratori non sarà poi così diversa dal passato anche se saranno più complicate le strade per provare a vincerla. Per noi, è già difficile trasferire sulle spalle degli agricoltori gli aumenti oramai generalizzati, lo sarà ancora di più riuscire a garantire la giusta remunerazione al conferimento, ma questo è il nostro lavoro; se perdiamo su questo fronte possiamo fare festa.

Tracciata e definita è anche la nostra missione aziendale, non può e non deve cambiare, magari deve riadattarsi.

L’imbarco prioritario per noi significa:

IN COOPERATIVA

Primo, aumentare l’impegno verso la condivisione di contratti, filiere, progetti per una remunerazione giusta del prodotto conferito. Su questo serve piena convinzione. O stiamo dentro un progetto di sostenibilità etica e sociale oppure sposiamo le logiche del mercato, la scelta rimane sempre nelle mani dei soci.

Secondo, una agricoltura sostenibile ha bisogno di essere misurata al termine del ciclo produttivo e non solamente in base a dei principi, perché non sempre partire da sistemi ”pensati puliti” si traduce nel portare a casa risultati migliori. Se c è bisogno di cibo dobbiamo produrre in maggiore quantità, se c’è bisogno di ridurre lo spreco dobbiamo produrre con più qualità. Se pensiamo di produrre di più limitando l’uso di alcuni principi attivi e concimando meno il risultato sarà una minore quantità e una peggiore qualità del prodotto. Se non usare la chimica si traduce nell’aumentare le lavorazioni del suolo con mezzi meccanici, probabilmente il bilancio finale di sostenibilità sarà peggiore. La battaglia che abbiamo fatto come Alleanza delle Cooperative Italiane in Europa sull’etichetta del vino, ad esempio, non è stata di non scrivere “nuoce alla salute” ma di scrivere “limitarne l’uso eccessivo”, capite che il concetto è molto diverso.

Terzo, trasformare e ricettare il prodotto conferito per raggiungere più consumatori; serve un nuovo approccio, serve lo spirito giusto per farlo. Il nostro gruppo dirigente è cresciuto in un sistema diverso, non possiamo reinventarci senza un tagliando approfondito e siamo troppo anziani per ammortizzarlo. Servono dunque menti fresche e risorse economiche adeguate.

Quarto, continuare a progettare e gestire innovativi sistemi digitali sia per i controlli in campo che per le informazioni a scaffale. Lo abbiamo fatto e siamo stati bravi, sbagliato sarebbe fermarsi.

VERSO LA POLITICA

Primo, cambiare atteggiamento nei confronti dei materiali da imballaggio perché finiremo per dipendere dagli altri. Certi materiali non sono il male assoluto, basta creare processi di produzione e riuso funzionali. Sbagliato è non incentivare adeguatamente la coltivazione di boschi per la produzione della carta ma lo è anche considerare il polietilene un problema. Dobbiamo creare le condizioni affinché non siano più imprese e famiglie a pagare gestioni di raccolta differenziata e riciclo di materiali che non funzionano. Si continua a dire che il problema è il rifiuto mentre in realtà è l’uso che facciamo dell’imballo dopo il suo uso. Ogni materiale nasce e muore ma non si esaurisce, il vero problema sta nella capacità di riconvertirlo. Farlo in maniera discontinua e farlo male ha prodotto gli effetti che tutti conosciamo.

Secondo, occorre abbattere i costi burocratici di gestione del personale, certificando la presenza sul luogo di lavoro non con comunicazioni preventive ma semplicemente con la rilevazione immediata della presenza elettronica all’atto dell’acceso sul posto di lavoro. Abbiamo tutti gli strumenti utili a leggere e gestire i dati in modalità immediata, si chiama SDI, lo usiamo già da tempo per acquisire il tracciamento immediato elettronico dei documenti di vendita.

Serve ricondurre i contratti per settore ai soli livelli nazionali ed agire a livello aziendale per renderli performanti e incentivanti. È un impegno prima di tutto morale che deve prendersi la politica assieme alle organizzazioni datoriali e di rappresentanza ed è l’unico modo per ridare dignità alla centralità del lavoro e al lavoratore. La giungla dei contratti serve solo a favorire chi vuole trovare scappatoie più o meno legali. Non farlo è una responsabilità che non vorremmo mai essere la nostra.

Terzo, varare un vero piano di investimenti, per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili incentivando con contributi importanti famiglie e imprese. È uno dei modi più semplici e immediati per sancire la nostra indipendenza energetica ed investire in casa propria invece di “donare” euro ai fornitori esteri. È una necessità se vogliamo mitigare l’aumento dei costi energetici che saranno sempre più pesanti e frequenti nei prossimi anni. È un dovere etico e morale per evitare che si continui a certificare un aumento incredibile di persone che non possono più permettersi di fare la spesa e rischiano di dormire al freddo, è una cosa indegna.

Quarto,  sperare nell’arrivo della pioggia nelle campagne per salvare le coltivazioni è un pensiero ridicolo. Abbiamo bisogno di acqua tutti i giorni se vogliamo assicurare il cibo a persone e animali. C’è bisogno di risparmiare acqua, aumentare la capacità di irrigazione e realizzare tutti gli invasi, anche di piccole dimensioni che possiamo cantierare, superando gli assurdi ostacoli burocratici, che da anni bloccano queste opere. I Consorzi di Bonifica devono adempiere a ciò ed è giusto chiedere con forza che lo facciano presto e bene. Servono opere di captazione delle acque e conseguenti reti idriche di prossimità. Continuano a raccontarci che piove meno, in realtà piove uguale ma piove in periodi diversi e in maniera più torrenziale ed è per questo che serve immagazzinare l’acqua e ridistribuirla quando e dove serve.

Sono alcune pillole che reputiamo importanti e vogliamo lasciare al vostro libero giudizio. Crediamo che costruire imprese cooperative serva anche a trasformare pensieri e ideali in concrete piattaforme di rivendicazione sociale e imprenditoriale. Lo abbiamo fatto e lo faremo ancora con più forza, senza avere la presunzione di sostituirci ad altri ma solamente la volontà di raccontare un mondo produttivo serio, etico, leale ma in forte affanno. Abbiamo creato in questi anni una cooperativa importante e stiamo ancora cercando di aumentarne il peso economico e sociale. Non riteniamo di essere stati più bravi degli altri, ma siamo certi di aver lavorato in un ambiente ostile, ancora oggi sostenuto da leggi che vanno contro la libera concorrenza. Una riflessione a livello nazionale su questa roba dovremmo pure riprenderla.

Stiamo correndo su una autostrada dove le due corsie, quella digitale e ambientale, sono trafficatissime, ma se guardiamo a destra quella di emergenza sta riempiendo gli spazi vuoti, questo perchè in tanti cominciano a non capire. Tutti stiamo cercando di interpretare questo percorso adattandolo alle nostre conoscenze ed esigenze ma non abbiamo idea di dove faremo rifornimento. In questo momento sappiamo solo che chi salterà il casello sarà fuori dai sistemi distributivi e l’espulsione sarà molto più veloce di quello che pensiamo. Forse stare un po’ sulla corsia di emergenza ci farebbe bene, quanto meno ci eviterebbe di spendere in progetti che fra pochi mesi saranno obsoleti, ma il problema è che in qualche modo dobbiamo percorrere questa strada. Ma questa è solamente una delle rivoluzioni che dovremmo saper gestire e stare in cooperativa sarà ancora più importante per i nostri agricoltori, al di là della dimensione aziendale. Decidere come ci si sta e con quali prospettive lo è ancora di più, così come fondamentale sarà capire con quali menti guideremo i processi futuri.

Siamo un’azienda da 70 milioni, con società controllate e collegate dove il Presidente del CdA, oltre alla funzione di rappresentanza politica svolge anche quella di direttore generale. Questa impostazione credo abbia bisogno di un serio tagliando che forse non sarà sufficiente. Dobbiamo creare le condizioni affinché la Cooperativa possa dormire sogni tranquilli con o senza il Presidente di Turno. Abbiamo già iniziato a costruire processi di delega, ma serve di più.

Oggi termina per alcuni di voi l’impegno di amministratore in questa cooperativa. Vorrei esprimervi il mio personale ringraziamento per la collaborazione ed il lavoro svolto in gruppo e personalmente da ognuno di voi. Avrei mille cose da dirvi, se penso che per qualcuno di voi sono molti gli anni trascorsi insieme, ma cerco di fare la sintesi della sintesi. Sinceramente e con convinzione, posso dire che i soci della Cooperativa possono sentirsi orgogliosi di avere avuto dei cooperatori come voi alla guida di Terre dell’Etruria, persone che hanno affrontato con serietà e dedizione le proprie responsabilità. Chiedo scusa se qualche volta ho rimproverato, con forza e talvolta aspramente, a prescindere se a giusta o a torta ragione. Mi sia consentito dire a tutti che in questi anni operatività, professionalità e serietà si sono accresciuti ed in modo particolare nel secondo mandato. Molti passi sono stati fatti e devo ringraziare tutti, nessuno escluso, per questo.

I futuri amministratori avranno un bel da fare, anche sul fronte dei rapporti di filiera con il sistema distributivo in casa Legacoop, che si sta allontanando progressivamente, a mio avviso, magari senza averne ai livelli apicali la giusta percezione, da quel rapporto di condivisione e crescita che ha rappresentato in questi decenni il vero punto di forza del nostro sistema associativo. Quelli che sono stati esempi virtuosi, più o meno recenti, rimangono al momento esempi isolati che altri, al contrario, stanno acquisendo e praticando senza averne tra l’altro i presupposti. Non voglio dire altro, solo che siamo nati per aggregare intorno a noi consensi e produzioni, oggi qualcuno continua ad accampare in capo ad altri scuse di inadeguatezza produttiva provando a mascherare le proprie inefficienze, lavorando per dividere e ricercare il massimo risparmio.

C’è poi la questione dell’Alleanza delle Cooperative che oramai è una fiaba per bambini del tipo “c’era una volta”. Prendiamo coscienza che non possiamo più essere i parenti poveri, costretti a rincorrere e pacificare, non possiamo più essere i soli a voler investire su questa roba. Concordo con le parole del nostro Presidente Maretti: “l’Alleanza non è roba solo nostra, l’impegno nostro è totale sono altri che devono dirci se per loro è sempre un valore aggiunto”. Vado alla conclusione ringraziandovi per la fiducia che avete dato ai nuovi amministratori ed al sottoscritto, con la riconferma alla guida di questo gruppo che oggi ratificherete con il vostro voto. È un peso che diventa ogni anno più pesante, non per il lavoro da fare ma per le capacità che vengono meno di leggere le nuove situazioni, il cambiamento. Sono cose che non si fanno chiusi in una stanza, serve fare squadra ma serve anche capacità di guida e di sintesi oltre che progettuale e di pensiero. Ognuno di voi è consapevole che, anche se costa fatica riuscire a stare assieme, questo esercizio può fare la differenza in positivo nei momenti più difficili.  Di fronte alle crescenti difficoltà questa voglia di soffrire può venire meno; non deve accadere. Noi abbiamo bisogno di più cooperazione, di convincere i solitari a provare a stare con noi, di condividere percorsi produttivi e decisionali per provare a fare la differenza, fra rappresentare un numero o essere considerati punto di riferimento. Solo se sapremo essere grandi numericamente, aggregando la produzione, saremo resilienti. Diversamente continueremo a lamentarci, giorno dopo giorno, dei prezzi che non tornano e delle ingiustizie che subiamo.

Chiudo riprendendo una recente affermazione di un quotato allenatore di calcio che, rivolgendosi alla tifoseria, rumoreggiante verso giocatori e società, la rimproverava dicendo: “se sugli spalti abbiamo 3500 spettatori è una cosa, se abbiamo 3500 giocatori è un’altra”. Se volete che la vostra squadra vinca la partita dovete sapere quale comportamento tenere e da che parte stare.

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